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La Sindrome degli antenati. Un nome che veicola sicuramente già tantissimo a livello di significato. Gli antenati sono le generazioni precedenti di un popolo, di una nazione, o anche dell’umanità in genere. Sono ciò che ci lega al nostro vissuto presente, coloro da cui discendiamo per via diretta. Coloro di cui non abbiamo memoria ma, nei nostri tratti e nei nostri comportamenti, risiedono i segni del loro passaggio.

E’ proprio su quest’ultima caratteristica che la psicanalista Anne Ancelin Schützenberger coniò tale concetto.
Si definisce “sindrome degli antenati” la trasmissione trans-generazionale di eventi irrisolti che si ripetono da una generazione precedente alla successiva influenzando inconsciamente le scelte attuali. Facendo così, le generazioni successive risultano in qualche modo unite da un piccolo filo invisibile, una sorta di moto inconscio che le spinge, in determinate situazioni, a ripetere la stessa storia, fino a quando questo filo invisibile non viene spezzato.

Forse vi sarà capitato, durante la vita quotidiana, nella scelta di determinate situazioni sentimentali, di amicizia o familiari di riperpetuare una tipologia di comportamento che, oggettivamente detestate, ma che in qualche modo sembra essere come incontrollabile. Il rapporto con un genitore, con il proprio compagno o compagna sembra andare avanti con una sorta di “pilota automatico” ci si rende conto di questo solamente in un momento postumo. Freud stesso, nella sua teoria sulla scelta del partner, concettualizzava di come la preferenza fosse influenzata dalle caratteristiche di personalità e fisiche dei nostri genitori, dell’immagine che abbiamo di loro.

Ma com’è possibile che si verifichi tutto ciò? Sembra inevitabile come determinate dinamiche e intrecci familiari, anche a livello inconscio e indiretto, siano collegate a noi ed esercitano un peso molto forte sulla nostra vita. D’altronde siamo animali sociali, continuamente fatti e costituiti grazie all’altro. Basti pensare che questo accade fin dal primissimo momento di vita, quando ci viene affidato un nome che, già di per sé, ha dentro sé una fortissima carica simbolica. Tali relazioni, avendo una fortissima influenza sulla nostra esistenza, vengono a noi sotto forma di percezione o sensazione lontana, come se fosse nascosta o velata, agente solamente in modo indiretto e inconsapevole. Difficilmente si avrà un quadro chiaro dei nostri comportamenti, poiché di solito difficilmente si avrà coscienza di determinati legami. Situazioni di gran lunga peggiore quando tali sensazioni vengono in qualche modo intuite, avendone una minima parvenza, ma lasciate da parte, nella “cantina” della mente e a luce spenta, diventando quelli che in psicologia vengono chiamati i ‘’non detti’’ che, nella trasmissione tra una generazione e l’altra, costituiscono una trasmissione implicita, comunicati, quindi, attraverso una tipologia di comunicazione non costituita da linguaggio o parole. La dura legge dell’inconscio fa sì che ciò che viene celato tragga maggiore potenza proprio dallo stesso oblio e, piuttosto che soccombere, agisca semplicemente inconsciamente.

Tali obblighi inconsci possono venir assimilati anche come codice morale da tramandare consapevolmente o inconsapevolmente, diventando a tutti gli effetti parte dell’eredità familiare. Tali obblighi possono venir accompagnati da un senso di lealtà agli stessi e, la possibile infrazione di un codice può generare un profondo senso di colpa. Per rintracciare le modalità su cui poggiano queste trasmissione è fondamentale conoscere il pensiero di Carl Gustav Jung. Nella strutturazione dell’inconscio ampliò il punto di vista Freudiano. Jung intendeva l’inconscio in una duplice via. La prima, come quella di Freud, inerente tutto ciò che giace nella nostra mente e che deriva da situazione che abbiamo effettivamente vissuto e sperimentato, segni inesorabili della nostra storia ed esistenza. Chiamò questa tipologia di inconscio, INCONSCIO PERSONALE. La seconda via, invece, è quella dell’INCONSCIO COLLETTIVO. Con tale concetto, Jung rappresentava l’inconscio come un enorme contenitore psichico universale, una parte dell’inconscio che è comune a tutti gli esseri umani. Contiene forme e simboli che accumunano tutti i popoli e le culture. E’ quella struttura che si è sviluppata nel tempo e può essere adeguatamente immaginata come emergente in ciascun individuo dall’unione di condiviso, 'esperienza comune e dalla cultura condivisa. Questo concetto ci fa comprendere come sia del tutto normale trasmettere, ereditare e fare proprio sentimenti, pensieri e comportamenti che non derivano espressamente dalla nostra esperienza personale, ma che ci sono stati tramandati da generazioni passate, gli antenati appunto.

C’è possibilità che il filo che lega le generazioni possa diventare una vera e propria CATENA, che lega le generazioni precedenti a quelle successive senza che ve ne sia coscienza. Qui parliamo però di un legame non buono, bensì ad un legame che porta sofferenza, disagio e malessere. Ogni membro della famiglia sarà un anello ed insieme formerà questa catena. Tali passaggi di testimone possono portare i figli a limitarsi nelle loro azioni. Tale condizione non porterà alla libertà, bensì ad una schiavitù, fatta di ripetizioni di schemi che non appartengono davvero alla persona. Se la famiglia ha agito nel tempo uno schema disfunzionale e tale schema viene portato avanti come eredità, fino a quando un membro della famiglia non prende la responsabilità di spezzare questa catena, ci saranno sempre più anelli che la formeranno. Viene meno in questi casi la bellezza dell’eredità, che può essere un punto di forza sotto la formazione della personalità e dell’identità ma che, in questi casi, lascia spazio ad una passiva riproduzione di schemi che non vengono accettati ma che, allo stesso tempo, non si riesce ad abbandonare, con il risultato ultimo, di trasmetterli a loro volta. Parliamo in questo caso di famiglie disfunzionali, che non riescono ad andare oltre il proprio comportamento.

Ma si può uscire da una situazione del genere? Sì, ma non è semplice. È possibile spezzare le catene, ma solo elaborando gli eventi e gli accadimenti del passato, per far sì che non emergano nella situazione presente e far sì che non vadano a minare la propria e l’altrui integrità psichica. Il membro della famiglia che decide di fare questo, lo fa solamente attraverso un atto immenso di coraggio. Tale lavoro non può prescindere da una forte motivazione al cambiamento, dalla volontà ad attuarlo, da un buon livello di consapevolezza interna e , aggiungerei io , dal desiderio di svincolarsi da determinati meccanismi e avvicinarsi davvero al proprio sé. Tramite il lavoro di supporto e sostegno psicologico è possibile provare ad elaborare questi meccanismi, per far fronte a situazioni di malessere e disagio psicologico che si vivono all’interno degli ambienti familiari.