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Sapere e sapore all’interno della grandissima cultura latina antica avevano un’etimologia comune, quella di “Sapere”, che potremmo tradurre con “aver sapore”. Il sapere, fonte di intelligenza e di saggezza è da sempre collegato ad una fonte di piacere data dalla sua assimilazione. Si trae piacere nel assaporare la scoperta e la lettura di un nuovo libro come nel mangiare un frutto donato dall’albero della nostra campagna. I due significati, però, durante il tempo hanno perso quasi completamente la vicinanza significativa che li legava nell’antichità, arrivando ad oggi in cui i due termini non sembrano avere più quel legame profondo che li legava. Ma è davvero così?

Quando ci apprestiamo a cucinare, a condividere o semplicemente a mangiare ciò che ci viene proposto, non ci limitiamo solamente a gustare la cosa in sè e per sè, bensì ogni piatto, ogni forma di condivisione, ogni modalità diversa di presentare un piatto racchiude in sè una profondità di significato che nell’arco del tempo si è preservata.

Fin dalla primissima infanzia il nutrimento rappresenta il primo linguaggio non verbale con cui ognuno di noi si interfaccia con il mondo che lo circonda. La relazione che il bambino ha con la propria madre, attraverso le primissime fasi di allattamento, è la prima interazione che il bambino intrattiene con il mondo circostante. Il bambino, attraverso l’allattamento, non solo si nutre del latte materno tramite la bocca ( fase orale ) bensì viene a contatto anche le emozioni più profonde della madre. E’ con queste emozioni che il bambino sente gli stati materni, sente sicurezza e l’amore ma sente anche le preoccupazioni e l’ansia che potrebbe manifestare sua madre. Fin dalla primissima età siamo quindi abituati a percepire il valore che trasmette il cibo, sia nei suoi stati positivi che in quelli negativi. Non ci sorprende come allora il cibo e le tantissime modalità di assunzione possano essere un nucleo centrale durante tutta la nostra vita. Il cibo può sedurci, minacciarci , angosciarci, punirci. Racchiude in sè una sfumatura simbolica pressoché infinita. La sua natura complessa è ravvisabile anche nelle tantissime fiabe in cui il cibo non solo viene visto con carattere positivo, bensì usato anche per attrarre in desiderio verso dei possibili pericoli . ( Hansel e Gretel )

In alcuni casi può accadere come l’enorme mole di significato e rilevanza che il cibo appresta ad avere su ognuno di noi possa portare ad una deviazione da quella che era la sua natura evolutiva. Il cibo può essere introdotto come oggetto di minaccia, di paura, di spregio, di insicurezza, di vergogna. Tutto ciò ha come conseguenza quello della creazione di stati mentali in cui il cibo non rappresenta più nutrimento e scambio di amore, bensì minaccia e veicolo di morte. In questo articolo tratteremo due dei più famosi disturbi dell’alimentazione che comprendono vari simbolismi al loro interno: l’anoressia e la bulimia.

ANORESSIA

L’anoressia nervosa, come presente all’interno del DSM 5, fa parte della categoria dei Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. La caratteristica principale è quella del rifiuto del cibo. Viene preservato l’appetito e ciò che contraddistingue realmente la persona è un profondo terrore di ingrassare e , di conseguenza, la totale necessità di controllare l’alimentazione alla ricerca della magrezza. La perdita di peso rappresenta veicolo di successo e unico obiettivo a cui aspirare attraverso l'uso di una dittatura del cibo e una ferrea autodisciplina. L’andamento di tale situazione modificherà in positivo o in negativo i livelli di autostima del soggetto. L’anoressia sembra maggiormente sviluppata negli anni dell’adolescenza, soprattutto all’interno di civiltà industrializzate che veicolato il messaggio di magrezza come espressione di massima femminilità e bellezza. L’anoressia rappresenta una vera e propria scelta del soggetto. L’obiettivo sarà quindi la totale padronanza del proprio corpo attraverso l’attuazione di strategie di non-nutrimento. Si può identificare tale scelta anche come scelta di “padronanza” del proprio corpo, una vera e propria indipendenza messa in atto, che mira ad escludere totalmente l’Altro attraverso la negazione del cibo stesso. Rifiutando l’Altro, il soggetto anoressico elimina totalmente il desiderio dell’Altro, diventando un vero e proprio monolite auto-fondato. Nella maggior parte dei casi ciò che investe tali soggetti è un’incessante pressione nei primi anni data dalla figure genitoriali tipicamente contraddistinte da una forte autorità e povera espressione affettiva. Educate, quindi, a ricevere passivamente dal mondo esterno qualsiasi ordine. Un padre passivo e una figura materna iperprotettiva e indulgente che obbliga ad un ideale di femminilità molto formale può portare ad un netto deragliamento all’interno del normale sviluppo psico-corporeo attuato soprattutto negli anni dell’adolescenza. Sentendosi perennemente minacciato dalle figure genitoriali, dalla loro indulgenza e dalle loro richieste, il soggetto anoressico attua una totale mutilazione del desiderio dell’Altro, concentrandosi sul suo corpo come unico veicolo di espressione sia corporeo che mentale.

BULIMIA

L’etimologia di bulimia è letteralmente “Fame da bue” . Anch’esso è un disturbo inerente la sfera dell’alimentazione e risulta caratterizzato dalla tendenza ad esercitare, in maniera del tutto sregolata, un eccessivo controllo sul proprio peso. La condotta del soggetto bulimico è costituita da totale preoccupazione per il peso e per le sue forme, correlato ad una dieta ferrea, accompagnato però, a differenza dello stato anoressico, successivamente da abbuffate e vomito auto-indotto. L’abbuffata precede una profonda sensazione di paura, avvertita come terrore, della possibilità di aumentare di peso, che porterà successivamente ad atti compensatori (vomito). Tali azioni porteranno ad un circolo vizioso continuo, portando poi ad una vera e propria cronicizzazione. Si presenta nella maggior parte delle volte come disturbo all’interno dell’età evolutiva adolescenziale, contraddistinta, come detto poc'anzi, da profondi cambiamenti sensibili sia a livello di personalità che a livello fisiologico. Quello che contraddistingue un paziente bulimico è una profonda scissione che separa una buona parte della personalità, avanzata adeguatamente, mentre l’altra parte si trova ad esperire un eterno conflitto che la spinge a danneggiare il corpo manipolando costantemente il cibo, andando ad alimentare le fantasie dell’immagine corporea. La causa di tale scissione potrebbe essere rintracciata nella possibile mancata seprazione e individuazione dell’organo familiare, nello specifico quello materno, che spiegherebbe anche come sia un disturbo che coinvolgo in maniera maggiore l’atto dell’oralità. Si può notare l’esistenza molte volte di una situazione familiare patogena, una stato di simbiosi materno non superato, intriso di proiezioni negative e oppressione. La figura paterna, invece, potrebbe essere del tutto sfumata e assente.

LA VALENZA DEL SUPPORTO PSICOLOGICO

Attraverso un adeguato sostegno, supporto e aiuto psicologico è possibile ripensare il valore del cibo attraverso il dialogo. La relazione tra psicologo e paziente crea un’atmosfera diversa in cui è possibile mettere in scena i proprio i problemi, i personaggi che li compongono e le paure che inesorabilmente invadono la quotidianità del paziente. Mettere in scena l’immagine che si ha di sè, cercare di valutarle per poterla accogliere nel migliore dei modi. In questa cornice, la possibilità di prevenzione quando si avvertono rapidi cambiamenti della propria o dell'altrui routine alimentare possono realmente fare la differenza.